Compagnia della Cazzuola in Vasari

Vasari racconta un sodalizio enogastronomico del 1512: La Compagnia della Cazzuola

 

La Compagnia della Cazzuola, ebbe principio in questo modo: essendo l’anno 1512 una sera a cena, nell’orto che aveva nel campaccio Feo d’Agnolo gobbo, sonatore di pifferi e persona molto piacevole, esso Feo, ser Bastiano Sagginati, ser Raffaello del Beccaio, ser Cecchino de’ Profumi, Girolamo del Giocondo et il Baia, venne veduto, mentre che si mangiavano le ricotte, al Baia in un canto dell’orto appresso alla tavola un monticello di calcina, dentrovi la cazzuola, secondo che il giorno innanzi l’aveva quivi lasciata un muratore; per che prese con quella mestola o vero cazzuola alquanto di quella calcina, la cacciò tutta in bocca a Feo, che da un altro aspettava a bocca aperta un gran boccone di ricotta, il che vedendo la brigata, si cominciò a gridare: “Cazzuola, cazzuola!”. Creandosi dunque per questo accidente la detta Compagnia, fu ordinato che in tutto gl’uomini di quella fossero ventiquattro, dodici di quelli che andavano, come in quei tempi si diceva, per la maggiore, e dodici per la minore, e che l’insegna di quella fosse una cazzuola, alla quale aggiunsero poi quelle botticine nere che hanno il capo grosso e la coda, le quali si chiamano in Toscana cazzuole. Il loro avvocato era Santo Andrea, il giorno della cui festa celebravano solennemente, facendo una cena e convito, secondo i loro capitoli, bellissimo. I primi di questa Compagnia, che andavano per la maggiore, furono Iacopo Bottegai, Francesco Rucellai, Domenico suo fratello, Giovambatista Ginori, Girolamo del Giocondo, Giovanni Miniati, Niccolò del Barbigia, Mezzabotte suo fratello, Cosimo da Panzano, Matteo suo fratello, Marco Iacopi, Pieraccino Bartoli; e per la minore, ser Bastiano Sagginotti, ser Raffaello del Beccaio, ser Cecchino de’ Profumi, Giuliano Bugiardini pittore, Francesco Granacci pittore, Giovanfrancesco Rustici, Feo gobbo, il Talina sonatore suo compagno, Pierino Piffero, Giovanni Trombone et il Baia bombardiere. Gl’aderenti furono Bernardino di Giordano, il Talano, il Caiano, maestro Iacopo del Bientina e Messer Giovambatista di Cristofano ottonaio, araldi ambedue della signoria, Buon Pocci e Domenico Barlacchi. E non passarono molti anni (tanto andò crescendo in nome) facendo feste e buon tempi, che furono fatti di essa Compagnia della Cazzuola il signor Giuliano de’ Medici, Ottangolo Benvenuti, Giovanni Canigiani, Giovanni Serristori, Giovanni Gaddi, Giovanni Bandini, Luigi Martelli, Paulo da Romena e Filippo Pandolfini gobbo. E con questi in una medesima mano, come aderenti, Andrea del Sarto dipintore, Bartolomeo Trombone musico, ser Bernardo Pisanello, Piero cimatore, il Gemma merciaio et ultimamente maestro Manente da San Giovanni medico. Le feste che costoro fecero in diversi tempi furono infinite, ma ne dirò solo alcune poche per chi non sa l’uso di queste Compagnie che oggi sono, come si è detto, quasi del tutto dismesse. La prima della Cazzuola, la quale fu ordinata da Giuliano Bugiardini, si fece in un luogo detto l’Aia, da Santa Maria Nuova, dove dicemmo disopra, che furono gettate di bronzo le porte di San Giovanni. Quivi dico, avendo il signor della Compagnia della Cazzuola comandato che ognuno dovesse trovarsi vestito in che abito gli piaceva, con questo che coloro che si scontrassero nella maniera del vestire et avessero una medesima foggia fossero condannati, comparsero all’ora deputata le più belle e più bizzarre stravaganze d’abiti che si possano immaginare; venuta poi l’ora di cena, furono posti a tavola secondo le qualità de’ vestimenti. Chi aveva abiti da principi ne’ primi luoghi, i ricchi e gentiluomini appresso, et i vestiti da poveri negl’ultimi e più bassi gradi, ma se dopo cena si fecero delle feste e de’ giuochi, meglio è lasciare che altri se lo pensi, che dirne alcuna cosa. A un altro pasto che fu ordinato dal detto Bugiardino e da Giovanfrancesco Rustici, comparvero gl’uomini della Compagnia, sì come aveva il signor ordinato, tutti in abito di muratori e manovali: cioè quelli che andavano per la maggiore con la cazzuola che tagliasse et il martello a cintola, e quegli che per la minore vestiti da manovali col vassoio e manovelle da far leva e la cazzuola sola a cintola. Et arrivati tutti nella prima stanza, avendo loro mostrato il signore la pianta d’uno edificio che si aveva da murare per la Compagnia, e dintorno a quello messo a tavola i maestri, i manovali cominciarono a portare le materie per fare il fondamento: cioè vassoi pieni di lasagne cotte per calcina e ricotte acconce col zucchero, rena fatta di cacio, spezie e pepe mescolati, e per ghiaia confetti grossi e spicchi di berlingozzi, i quadrucci, mezzane e pianelle che erano portate ne’ corbelli e con le barelle, erano pane e stiacciate. Venuto poi uno imbasamento, perché non pareva dagli scalpellini stato così ben condotto e lavorato, fu giudicato che fosse ben fatto spezzarlo e romperlo, per che, datovi dentro e trovatolo tutto composto di torte, fegategli et altre cose simili, se le goderono essendo loro poste innanzi dai manovali. Dopo, venuti i medesimi in campo con una gran colonna fasciata di trippe di vitella cotte e quella disfatta e dato il lesso di vitella e caponi et altro di che era composta, si mangiarono la basa di cacio parmigiano et il capitello acconcio meravigliosamente con intagli di caponi arrosto, fette di vitella e con la cimasa di lingue. Ma perché sto io a contare tutti i particolari? Dopo la colonna fu portato sopra un carro un pezzo di molto artificioso architrave con fregio e cornicione, in simile maniera tanto bene e di tante diverse vivande composto, che troppo lunga storia sarebbe voler dirne l’intero; basta che quando fu tempo di svegliare, venendo una pioggia fitta dopo molti tuoni, tutti lasciarono il lavoro e si sfuggirono et andò ciascuno a casa sua. Un’altra volta essendo nella medesima Compagnia signore Matteo da Panzano, il convito fu ordinato in questa maniera: Cerere cercando Proserpina sua figliuola, la quale aveva rapita Plutone, entrata dove erano radunati gli uomini della Compagnia della Cazzuola dinanzi al loro signore, gli pregò che volessero accompagnarla all’inferno, alla quale domanda dopo molte dispute essi acconsentendo, le andarono dietro. E così entrati in una stanza alquanto oscura, videro in cambio d’una porta una grandissima bocca di serpente, la cui testa teneva tutta la facciata; alla quale porta d’intorno accostandosi tutti, mentre Cerbero abbaiava, domandò Cerere se là entro fosse la perduta figliuola, et essendole risposto di sì, ella soggiunse che disiderava di riaverla. Ma avendo risposto Plutone non voler renderla et invitatale con tutta la Compagnia alle nozze che s’apparecchiavano, fu accettato l’invito; per che, entrati tutti per quella bocca piena di denti, che essendo gangherata s’apriva a ciascuna coppia d’uomini che entrava e poi si chiudeva, si trovarono in ultimo in una gran stanza di forma tonda, la quale non aveva altro che un assai piccolo lumicino nel mezzo, il quale sì poco risplendeva, che a fatica si scorgevano. Quivi essendo da un bruttissimo diavolo, che era nel mezzo con un forcone, messi a sedere dove erano le tavole apparecchiate di nero, comandò Plutone che per onore di quelle sue nozze cessassero, per insino a che quivi dimoravano, le pene dell’inferno; e così fu fatto. E perché erano in quella stanza tutte dipinte le bolge del regno dei dannati e le loro pene e tormenti, dato fuoco a uno stoppino in un baleno fu acceso a ciascuna bolgia un lume che mostrava nella sua pittura in che modo e con quali pene fossero quelli che erano in essa tormentati. Le vivande di quella infernal cena furono tutti animali schifi e bruttissimi in apparenza, ma però dentro, sotto la forma del pasticcio e coperta abominevole, erano cibi delicatissimi e di più sorti. La scorza dico, et il difuori mostrava che fossero serpenti, bisce, ramarri, lucertole, tarantole, botte, ranocchi, scorpioni, pipistrelli et altri simili animali, et il didentro era composizione d’ottime vivande. E queste furono poste in tavola con una pala, e dinanzi a ciascuno e con ordine, dal diavolo che era nel mezzo, un compagno del quale mesceva con un corno di vetro, ma di fuori brutto e spiacevole, preziosi vini in coreggiuoli da fondere invetriati, che servivano per bicchieri. Finite queste prime vivande, che furono quasi un antipasto, furono messe per frutta, fingendo che la cena (affatica non cominciata) fosse finita, in cambio di frutta e confezioni, ossa di morti giù giù per tutta la tavola, le quali frutte e reliquie erano di zucchero. Ciò fatto, comandando Plutone, che disse voler andare a riposarsi con Proserpina sua, che le pene tornassero a tormentare i dannati, furono da certi venti in un attimo spenti tutti i già detti lumi et uditi infiniti rumori, grida e voci orribili e spaventose e fu veduta nel mezzo di quelle tenebre, con un lumicino, l’immagine del Baia bombardiere, che era uno de’ circostanti, come s’è detto, condannato da Plutone all’inferno, per avere nelle sue girandole e machine di fuoco avuto sempre per suggetto et invenzione i sette peccati mortali e cose d’inferno. Mentre che a vedere ciò et a udire diverse lamentevoli voci s’attendeva, fu levato via il doloroso e funesto apparato, e venendo i lumi, veduto in cambio di quello un apparecchio reale e ricchissimo e con orrevoli serventi che portarono il rimanente della cena, che fu magnifica et onorata; al fine della quale venendo una nave piena di varie confezioni, i padroni di quella, mostrando di levar mercanzie, condussero a poco a poco gl’uomini della Compagnia nelle stanze di sopra, dove essendo una scena et apparato ricchissimo, fu recitata una commedia intitolata Filogenia, che fu molto lodata; e quella finita all’alba ognuno si tornò lietissimo a casa. In capo a due anni, toccando dopo molte feste e commedie al medesimo a essere un’altra volta signore, per tassare alcuni della Compagnia che troppo avevano speso in certe feste e conviti (per essere mangiati, come si dice, vivi) fece ordinare il convito suo in questa maniera. All’Aia, dove erano soliti radunarsi, furono primieramente fuori della porta nella facciata, dipinte alcune figure di quelle che ordinariamente si fanno nelle facciate e ne’ portici degli spedali, cioè lo spedalingo che in atti tutti pieni di carità invita e riceve i poveri e peregrini; la quale pittura scopertasi la sera della festa al tardi, cominciarono a comparire gl’uomini della Compagnia, i quali bussando, poi che all’entrare erano dallo spedalingo stati ricevuti, pervenivano a una gran stanza acconcia a uso di spedale con le sue letta dagli lati et altre cose somiglianti; nel mezzo della quale dintorno a un gran fuoco erano vestiti a uso di poltronieri, furfanti e poveracci, il Bientina, Battista dell’Ottonaio, il Barlacchi, il Baia et altri così fatti uomini piacevoli, i quali fingendo di non esser veduti da coloro che di mano in mano entravano e facevano cerchio e discorrendo sopra gl’uomini della Compagnia e sopra loro stessi, dicevano le più ladre cose del mondo di coloro che avevano gettato via il loro e speso in cene et in feste troppo più che non conviene. Il quale discorso finito, poi che si videro esser giunti tutti quelli che vi avevano a essere, venne santo Andrea loro avvocato, il quale, cavandogli dello spedale, gli condusse in un’altra stanza magnificamente apparecchiata, dove messi a tavola, cenarono allegramente, e dopo il santo comandò loro piacevolmente che per non soprabbondare in spese superflue et avere a stare lontano dagli spedali, si contentassero d’una festa l’anno, principale e solenne, e si partì. Et essi l’ubbidirono facendo per ispazio di molti anni ogni anno una bellissima cena e commedia, onde recitarono in diversi tempi, come si disse nella vita d’Aristotile da San Gallo, la Calandra di Messer Bernardo cardinale di Bibbiena, i Suppositi e la Cassaria dell’Ariosto, e la Clizia e Mandragola del Machiavelli, con altre molte. Francesco e Domenico Rucellai nella festa che toccò a far loro quando furono signori, fecero una volta l’Arpie di Fineo e l’altra, dopo una disputa di filosofi sopra la Trinità, fecero mostrare da santo Andrea un cielo aperto con tutti i cori degli angeli, che fu cosa veramente rarissima; e Giovanni Gaddi con l’aiuto di Iacopo Sansovino, d’Andrea del Sarto e di Giovanfrancesco Rustici, rappresentò un Tantalo nell’inferno che diede mangiare a tutti gl’uomini della Compagnia della Cazzuola, vestiti in abiti di diversi dii, con tutto il rimanente della favola e con molte capricciose invenzioni di giardini, paradisi, fuochi lavorati et altre cose che troppo, raccontandole, farebbero lunga la nostra storia. Fu anche bellissima invenzione quella di Luigi Martelli, quando essendo signor della Compagnia, le diede cena in casa di Giuliano Scali alla porta Pinti; perciò che rappresentò Marte per la crudeltà tutto di sangue imbrattato, in una stanza piena di membra umane sanguinose, in un’altra stanza mostrò Marte e Venere nudi in un letto, e poco appresso Vulcano, che avendogli coperti sotto la rete, chiama tutti gli dii a vedere l’oltraggio fattogli da Marte e dalla trista moglie.

 

La descrizione de La compagnia della Cazzuola si trova all’interno delle Vite del Vasari. Nonostante abbia diversi secoli alle spalle, la narrazione è fresca e ci dà uno spaccato sulla vita dei buongustai e gourmet di mezzo millennio fa. Se non riporta le ricette, Vasari, ci racconta alcune delle materie prime e delle pietanze presenti in questi pantagruelici banchetti.

Spero sia stata una lettura interessante quella sulla Compagnia della Cazzuola. Non dimenticare di farmi conoscere la tua opinione.

Firma Leo

Immagine presa dalla rete: Vincenzo Campi, I mangiatori di ricotta

2019-01-12T09:54:57+01:00I Custodi del Gusto, Ispirazioni|

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