La Ninfa Albaluce

La nascita dell’erbaluce di Caluso nella leggenda della Ninfa Albaluce

Pochi vigneti al mondo possono vantare di avere origini leggendarie come quello dell’Erbaluce di Caluso (TO).

Un tempo, in una conca racchiusa dai bricchi di Piverone e Chiaverano, Villareggia, Masino, San Martino, Vialfrè, Mazzè, Caluso e Candia, c’era un grande lago. In un momento non precisato del Neolitico le Stelle, la Terra, il Sole, la Luna, l’Alba, le Ninfe del lago, delle sorgenti e dei boschi erano adorati dalle popolazioni del lago come dei.

La dea Alba era solita indugiare sulle limpide acque del lago e sulle sponde frondose; […] Protetto dalla complicità delle Nubi, arrivò un giorno di soppiatto il dio Sole, il quale sorprese Alba ai bordi di un boschetto di querce ed estasiato da tanta bellezza se ne innamorò.

Innamorato e frustrato, il Sole iniziò a eludere il suo dovere nel tentativo di incontrare Alba, anch’essa innamorata. Le stagioni non erano più le stesse e i mortali accusavano Tempo per i pessimi raccolti e le carestie. Sole e Alba erano sconsolati, e gli dei tutti preoccupati per quel che stava accadendo. Per porre fine a questa situazione insostenibile, la Luna decise di opporsi al Sole per permettergli di scendere sulla terra e abbracciare la sua amata Alba. L’incontro avvenne in un tempio sul bricco più alto del territorio di Caluso. Fu un incontro breve, perché Tempo insisteva per il ritorno alla normalità delle cose, ma ai due amanti bastò quanto venne loro concesso per fare di due uno, e poi tre. Così vi fu la prima eclissi. Dall’incontro di Sole e Alba nacque una bellissima ninfa dai capelli del colore dell’oro, la pelle chiara e lucente come la rugiada e gli occhi color cielo di primavera, e venne chiamata Albaluce. Chiunque la incontrasse ne restava ammaliato e un suo sorriso rimetteva di buon umore gli afflitti. In tanti le portavano doni e offerte, il gran sacerdote dovette ampliare il tempietto. Dai bricchi circostanti uomini e donne venivano ad adorarla, e istituirono una festa dedicata solo a lei, al principiare dell’autunno. La festa durava alcuni giorni, venivano officiati sacrifici, e accesi fuochi attorno cui si danzava.

Nel momento esatto in cui il dio Sole splendeva più alto nel cielo, ecco che si verificava puntualmente l’avvenimento tanto atteso. Dalle tranquille acque del lago uscivano due candidi e maestosi cigni con un cocchio dorato e in piedi sul cocchio appariva bella, splendente, maestosa e sorridente la Ninfa Albaluce, avvolta da un lungo mantello color porpora, ornato da un candido ermellino. Sulle bionde chiome un diadema d’oro e di gemme preziose faceva splendere ancora di più lo smagliante sorriso della Ninfa. […] Un corteo si formava allora e si snodava tra i sentieri del bosco fino alle capanne del piano e alle capanne del piano, in testa il cocchio della Ninfa Albaluce con i candidi cigni e dietro a essa le tribù festanti al suo di flauti, tibie, cembali e tamburi di pelle di capra. Via via che il coro procedeva tra le querce e i castagni, a esso si univano le Ninfe del bosco e delle sorgenti che a quei tempi erano tutte generose di limpide e fresche acque. Dal lago uscivano le Ninfe delle acque e anche esse partecipavano al corteo chiassoso e gioioso. I Fauni e i Satiri con melodiose musiche rallegravano a turno con i mortali il procedere del corteo e presiedevano nelle varie tappe ai riti propiziatori nei vari tempietti. All’imbrunire il corteo ritornava alla sommità del bricco e quivi avveniva il commiato del gran sacerdote a nome delle tribù tutte dalla Ninfa Albaluce e da tutte le divinità che avevano partecipato alla festa.

Le cose belle, si sa, non durano per sempre. Così, durante il regno della regina Ippa, una regina buona e amata, avvenne che le terre fossero insufficienti per sfamare la popolazione, che era cresciuta a dismisura. Si decise, anche contro il parere degli anziani, di far defluire le acque del grande lago nel minor tempo possibile, in modo da avere terre fertili da coltivare. Iniziarono dei titanici lavori per aprire un varco alle acque.

Ippa, dall’alto del colle, vide compiersi di colpo la sua sognata opera, ma il suo vivido sguardo non abbandonò i baldi giovani che si dibattevano nei vortici delle acque. Un urlo affievolito, quasi un lamento proruppe dalle sue stanche corde vocali, questo lamento seguì fino all’estremo dell’orizzonte, finché poté la sua già annebbiata vista, i sette giovani oramai in balia delle onde che non davano più alcun segno di vita. E questo lamento rimane ancora oggi sulla valle durante i giorni di Dora grossa, lo si sente nelle calde giornate dei disgeli primaverili, al meriggio, andando per i bricchi che fiancheggiano la valle; è il lamento di Ippa che desolata piange e invoca i suoi sette ragazzi travolti dalla furia delle acque.

Il tempo passa inesorabile e non sempre i benefici ipotizzati da un cambiamento sono reali, può succedere che ai pochi vantaggi si sommino molteplici svantaggi, e anche il culto della Ninfa iniziò a declinare.

Aleggia nella valle di Mazzè il perenne lamento di Ippa. Fervono i lavori nel piano, biondeggiano le biade, il timido miglio si allaccia sulla terra grassa, alto il sorgo svetta nei terreni più magri e ciottolosi. La grande fame è ormai solo più un ricordo dei vecchi. L’abbondanza dei raccolti fa scendere a valle le tribù, scompaiono le palafitte, i colli si inselvatichiscono. Anche il gran sacerdote del bricco della Ninfa Albaluce lascia i mortali, e il tempio cade in declino. Puntuale come sempre compare la Ninfa all’incontro d’autunno, ma quest’anno i fedeli sono pochissimi. Solo sette giovani che serbano nel cuore le raccomandazioni dei loro anziani si recano all’incontro con la Ninfa Albaluce. Più bella che mai, la dea esce dalle acque del lago di Candia e i cigni percorrono la lunga e ripida salita in un baleno. Giunta sullo spiazzo è accolta festosamente dai sette giovani, i quali riverenti le offrono a ricordo delle antiche usanze i pesci del lago e la cacciagione della mattina. Sullo spiazzo erboso sono cresciuti degli arbusti, e i cigni a fatica possono trovarsi uno spazio su cui posarsi. È un momento di tenerezza. Tenerezza della Ninfa alla vista di quei bei giovanotti ancora a lei fedeli e tenerezza dei giovani verso la Ninfa, il cui sguardo è pervaso da un velo di malinconia. Una lacrima scende sulle gote della dea e va a bagnare un ramoscello ai suoi piedi. Subito però si riprende poiché a lei, dea, figlia del Sole dell’Alba, non sono permessi gli sfoghi dei sentimenti come ai comuni mortali. Si forma il corteo – in testa la Ninfa e ai lati i sette giovani con flauti, tibie, cembali e tamburi – vengono percorsi gli antichi sentieri verso gli antichi villaggi oramai disabitati e verso le divelte palafitte, ormai solo più vestigia poste a ricordo di un tempo lontano. La festa ha qualcosa di melanconia alquanto repressa per la presenza di tutte le Ninfe, dei Fauni e dei Satiri, ma pur tuttavia palese. Al ritorno sul bricco una sorprendente visione appare agli occhi dei giovani. L’arbusto bagnato dalla lacrima della dea è diventato alto, abbraccia tutti gli altri arbusti con lunghi tralci e da essi pendono dorati, dolci, succosi grappoli d’uva. È il dono della dea ai suoi fedeli. La Ninfa scompare rapida come sempre sul suo cocchio dorato verso il lago, i giovani entusiasti s’inebriano di quei frutti. […] Ben presto i sette giovani diffondono la pianta sui sette bricchi di Caluso a ricordo anche dei loro sette padri che persero la vita nell’immane fatica dello scavo della grande valle. […] Da quel giorno, le feste autunnali in onore della Ninfa Albaluce ripresero con il fasto e lo splendore di un tempo.

 

Immagine ricevuta dalla Credenza vinicola di Caluso e del Canavese.

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